ERIN SHIRREFF

2 febbraio 2019 – 4 marzo 2018, Salone Banca di Bologna – Palazzo De’ Toschi
A cura di Simone Menegoi

Still da Son (2018). Video, colore, loop.

La Mostra

La prima personale in Italia di Erin Shirreff (Kelowna, Canada, 1975, vive e lavora a New York), a cura di Simone Menegoi, è composta interamente di opere inedite e realizzate per l’occasione, e offre al pubblico italiano l’opportunità di apprezzare per la prima volta su larga scala il lavoro di un’artista che, a poco più di quarant’anni, è già entrata a far parte delle collezioni permanenti di istituzioni internazionali come il Centre Georges Pompidou (Parigi), il Metropolitan Museum of Art (New York) e il Guggenheim Museum (New York).

La mostra è composta di due opere: un video proiettato in dimensioni cinematografiche (5 x 8 m.) e un gruppo di sculture dal carattere più intimo. Il video, intitolato Son (“figlio”, in inglese; ma la parola gioca sulla semi-omofonia con “sun”, sole), è un lungometraggio di animazione basato su un intreccio di immagini fisse e in movimento, reali e costruite. La sua prima ispirazione è stata la visione, da parte dell’artista, dell’eclisse totale di Sole osservabile negli Stati Uniti nella tarda estate del 2017. Nel corso del video, una grande sagoma circolare scura prende lentamente forma e poi muta identità, cambiando scala e collocandosi dapprima in un contesto cosmico, poi all’interno dello studio dell’artista. Shirreff sfrutta, e a tempo stesso contesta, la qualità spesso fumettistica della fotografia astronomica standard per creare un’atmosfera che muta dal solenne all’assurdo, sottolineando la natura fondamentalmente inafferrabile degli eventi astronomici e la loro dissonanza rispetto alla scala della vita quotidiana.

L’altra opera, Many Moons [“Molte lune”], è un folto gruppo di oggetti di gesso scuro disposti su una superficie coperta di fogli di giornale: sono calchi dell’interno di un assortimento di bottiglie, tazze, ciotole e piatti. I calchi in gesso materializzano un vuoto, una lacuna; presentati come gruppo, formano una specie di paesaggio quotidiano invertito, il negativo di una natura morta. Many Moons allude alla fatica quotidiana di un artista al suo tavolo di lavoro (e alle composizioni di Giorgio Morandi, un artista che Shirreff ama da tempo) ma evoca anche un’atmosfera di stasi e inutilità.

Formatasi come scultrice, Shirreff crea video, fotografie e infine sculture, realizzate con materiali disparati: ceneri compresse, gesso, carta, ferro laminato a caldo. Il tema di fondo del suo lavoro è il modo in cui facciamo esperienza di un oggetto nello spazio e nel tempo, soprattutto in un’epoca in cui la sua percezione è quasi sempre mediata (e costantemente influenzata) dall’immagine, fissa o in movimento. Molte delle creazioni tridimensionali dell’artista sono realizzate in studio solo per fotografarle o filmarle: lo spettatore le conosce unicamente attraverso l’immagine, restando incerto sulla loro scala, sui materiali di cui sono fatte, sulla loro forma complessiva.
Per converso, le sculture che Shirreff espone fisicamente sono spesso, più che opere a tutto tondo, “una serie di parti frontali congiunte”, come si è espressa una volta l’artista parlando delle sue sculture di cenere, aggiungendo che “fisicamente, funzionano più come fotografie che come sculture”. Maestri della scultura moderna come Medardo Rosso e Costantin Brancusi utilizzavano già la fotografia come un’estensione della loro pratica scultorea; Shirreff, aggiornando le loro intuizioni al nostro tempo, concepisce la scultura come un’esplorazione dello spazio che separa un oggetto dalla sua rappresentazione.

I video sono probabilmente le opere più conosciute di Shirreff. Privi di sonoro ed estremamente curati nella composizione dell’immagine, hanno una presenza a tratti prossima a quella della pittura. Il loro passo lento e riflessivo li pone in antitesi al flusso incessante e frenetico di immagini che caratterizza la nostra cultura visiva. Si basano quasi sempre su una sola inquadratura, il cui soggetto (una scultura, un’architettura, un paesaggio, un corpo celeste, per citarne alcuni) attraversa una serie di mutamenti di atmosfera, luce e colore, come se fosse visto in diverse ore del giorno o stagioni dell’anno. Quasi sempre si tratta di effetti realizzati in studio a partire da stampe fotografiche. L’artista proietta sulle stampe luci e ombre, naturali e artificiali, ri-fotografandole centinaia di volte per documentare ogni passaggio del processo; monta infine digitalmente le immagini così ottenute in un flusso continuo. Questa singolare tecnica di animazione interroga il nostro attuale rapporto con la realtà. Ciò che vediamo nei video non è mai un oggetto, ma la fotografia di una fotografia dell’oggetto. L’artista non si cura di nascondere l’artificio, anzi, spesso lo mette volutamente in evidenza. Di conseguenza, l’attenzione dello spettatore continua a fluttuare da ciò che vede alle modalità della visione, dal contenuto al medium che lo trasmette.

Nei video più recenti (come la doppia proiezione Concrete Buildings, 2016, o il nuovo video Son) il gioco si fa ancora più complesso: alle sequenze di animazione si alternano senza soluzione di continuità riprese in tempo reale, creando una dialettica fra gradi di realtà e di rappresentazione, fra “originale” e “copie”, che può evocare uno dei miti fondativi della cultura occidentale: quello della Caverna di Platone.

L’Artista

Erin Shirreff è nata a Kelowna, Canada, nel 1975. Vive e lavora a New York. Fra le mostre personali recenti, ricordiamo Halves and Wholes alla Kunsthalle Basel (2016) e un’antologica di fotografie, sculture e video frutto di una collaborazione fra l’Institute of Contemporary Art di Boston e l’Albright-Knox Art Gallery di Buffalo (2015-16). Fra le mostre collettive recenti: Biennale de l’image (Montreal), 2017; You are looking at something that never occurred, Zabludowicz Collection, Londra (2017); L’image volée, Fondazione Prada, Milano (2016); Photo-Poetics: An Anthology, Solomon R. Guggenheim Museum, New York (2015). Il suo lavoro è stato esposto a vario titolo in istituzioni internazionali, fra cui l’Institute of Contemporary Art, Philadelphia; la Kunsthalle Helsinki; Extra City Kunsthal (Anversa); Dallas Museum of Art; Power Plant (Toronto); Fondazione François Pinault (Venezia); Contemporary Art Gallery (Vancouver); Nouveau Musée National de Monaco; MoMA PS1 (New York).

Shirreff è stata artista in residenza alla Chinati Foundation (Marfa, Texas) nel 2011 e all’Artpace di San Antonio (Texas) nel 2013, ed è stata premiata con il Louis Comfort Tiffany Foundation Grant. Il suo lavoro è stato acquisito, fra gli altri, dal Metropolitan Museum of Art (New York), dal Centre Georges Pompidou (Parigi), dal Los Angeles County Museum of Art, dal Museum of Modern Art (New York), dall’Art Gallery of Ontario (Toronto) e dalla Yale University Art Gallery (New Haven).

Vedute della Mostra

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Informazioni

A CURA DI


ASSISTENTE CURATRICE


DATE MOSTRA


LUOGO


COLOPHON

Simone Menegoi


Barbara Meneghel


2 febbraio – 4 marzo 2018


Salone Banca di Bologna – Palazzo De’ Toschi


Progetto grafico: Filippo Nostri; Fotografie: Carlo Favero; Allestimento: Si Produzioni; Trasporti: Fratelli Salvadori.
Si ringraziano: Erin Shirreff per la sua generosità e il suo impegno nei confronti della mostra; Banca di Bologna, e in particolare al suo direttore, Alberto Ferrari, per averla resa possibile. Si ringrazia inoltre l’Accademia di Belle Arti di Bologna, e in particolare la Professoressa Sergia Avveduti, per l’aiuto nell’organizzare il servizio di mediazione alla mostra.

A CURA DI

Simone Menegoi


ASSISTENTE CURATRICE

Barbara Meneghel


DATE MOSTRA

2 febbraio – 4 marzo 2018


LUOGO

Salone Banca di Bologna – Palazzo De’ Toschi


COLOPHON

Progetto grafico:
Filippo Nostri

Fotografie:
Carlo Favero

Allestimento:
Si Produzioni

Trasporti:
Fratelli Salvadori

Si ringraziano:
Erin Shirreff per la sua generosità e il suo impegno nei confronti della mostra; Banca di Bologna, e in particolare al suo direttore, Alberto Ferrari, per averla resa possibile. Si ringrazia inoltre l’Accademia di Belle Arti di Bologna, e in particolare la Professoressa Sergia Avveduti, per l’aiuto nell’organizzare il servizio di mediazione alla mostra.

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